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Quando una cultura maschilista e patriarcale vuole a tutti i costi mantenere la propria egemonia (segno evidente del suo declino) si attacca a tutto ciò che può tornarle utile. E come non ricorrere ai mezzi di propaganda per eccellenza, quello dell’industria cinematografica e dei media in generale (pubblicità, televisione, ecc…)?… sempre disponibili a veicolare teorie e concetti spesi in difesa dell’immagine dell’uomo, che mai deve venir scalfita (…se questo dovesse accadere si ricorre al vittimismo…). Così, se lo stereotipo classico dell’uomo perde consensi, vi è sempre una schiera di pseudo-(artisti, intellettuali, scienziati) che ne prende le difese, riportandola in auge… Se uno statunitense fa una puzza o formula una teoria, il “mondo” sembra disposto a considerare come un oracolo le sue parole. Succede che con l’espediente dell’invenzione di una sindrome, la PAS (sindrome di alienazione genitoriale), non riconosciuta in ambito scientifico, si sia fornita una scusante a molti imputati per abuso sui minori, nei loro relativi processi di custodia legale (lo stesso inventore della sindrome è stato chiamato come consulente, in tali cause…) e si sia alimentato tutto un immaginario vittimistico intorno alla figura paterna (Qui ulteriori informazioni).

Il compito di far digerire questa teoria senza fondamento, viene quindi assunto dal “cavaliere” di turno, che a seconda del lavoro che svolge, si auto-investe (o viene investito) del ruolo di salvatore del maschio violento in difficoltà. Compito che l’informazione svolge con piacere, per esempio mandando in onda sulla Rai la fictionSarò sempre tuo padre“… o introducendo l’argomento nel nuovo film, in uscita, di Verdone: “Posti in piedi in Paradiso” (solo per citare alcuni esempi).

Li chiamano i nuovi poveri… i padri separati. Anche se nei film, così come nelle loro relative pubblicità, si cerca di fare attenzione… si ribadisce che si vuole solo evidenziare un nuovo problema sociale, che riguarda l’aspetto dei padri separati e che non si intende colpevolizzare la figura femminile (dice Verdone: “NON e’un film contro le mogli, contro le donne”)… così la coscienza se la son messa a posto (con una classica freudiana denegazione che afferma). La lettura rimane comunque ambigua, laddove non è del tutto stravolta. Vengono usati termini per descrivere la precarietà paterna, enfatizzandola… “una vera emergenza sociale”; “una vera tragedia; certe volte tante sentenze sono davvero troppo spietate”. Avverbi e aggettivi rimbalzano come macigni per convincere della realtà di questo nuovo disagio, per alimentare la paura e creare una nuova emergenza. I termini usati per descrivere la madre sono invece negativi e denigratori… “lei si è accanita contro di lui”; “donne che hanno abbandonato ferocemente il marito”, ecc… e ripropongono un’inattuale caccia alle streghe… e, in modo complementare e implicito, l’archetipo della donna ubbidiente e sottomessa alla figura maschile.

Così ci si ritrova di fronte a notizie condite con situazioni lacrimevoli di contorno, amore paterno che fuoriesce come una spada da brandire, spesso a discapito di quei figli che tanto dicono di voler proteggere… protezione che ad una madre viene impedita, quando la legge impone un affidamento congiunto anche nel caso che il padre sia un violento. Si tace del tutto sul fatto che ci siano donne che, davanti alla disperazione, non sappiano a chi rivolgersi… niente case per loro, nessun vice sindaco che inauguri piccoli cottage (la stessa che ha inaugurato anche il Giardino degli angeli, altro orrore, affinché si possa continuare a colpevolizzare le donne, mettendo pesantemente in discussione la loro libertà di scelta)… il tutto è lasciato in mano ad associazioni alle quali vengono sottratti fondi o a consultori che stanno cercando di smantellare in tutti i modi.

Di tutte queste attenzioni potevamo farne a meno… soprattutto perché gli argomenti non vengono analizzati nella loro interezza, ma solo avendo cura di preferire una parte ad un’altra. E il signor Verdone poteva francamente risparmiarsi questo spaccato di mezza-verità, condito della sua borghese rivisitazione ironica.